L'antica Acquae Tauri
Oltrepassato l'ingresso alle Terme Taurine, ripercorrendo a ritroso
la strada in direzione di Civitavecchia, sulla destra si percorre
la via diretta verso l'antico sito di Aquae Tauri, ubicato in località
la Ficoncella.
Esiste qui un impianto termale, gestito dal comune di Civitavecchia,
che sfrutta le acque calde sulfuree note sin dall'antichità:
già in età neolitica, infatti, era insediata in zona
una piccola comunità attratta probabilmente
dalle straordinarie virtù terapeutiche delle acque termali.
Sorse qui la città romana di Aquae Tauri, su un precedente
abitato etrusco; durante l'epoca imperiale il piccolo centro romano,
pur essendosi ampliato, non ebbe grande sviluppo, ostacolato com'era
dal ben più importante centro di Civitavecchia e dalla più
nota e comoda zona termale delle acque Taurine, sfruttanti peraltro,
anch'esse, le medesime acque sulfuree.
Per tale ragione le Terme Taurine sono state da molti confuse con
il sito di Aquae Tauri, mentre, in realtà, si tratta di due
località ben distinte.
La Statio di Algae
Un abitato ed una necropoli Villanoviani:
Lungo la costa, tra il km.74,700 e 75,600 della SS Aurelia si incontra
la località Mattonara, dove una serie
di esplorazioni, negli anni 50, hanno messo in luce un abitato di
età villanoviana ed una necropoli ad incinerazione, violate
in età romana.
Presso la riva sono stati recuperati elementi dell'abitato, due
fondi di capanne, una ellittica ed una circolare, nelle vicinanze,
due tombe a pozzo quadrangolare scavate nella roccia.
Inoltre, presso la Mattonara, il Bastianelli avrebbe localizzato
la stazione di Algae; ad avvalorare l'ipotesi dello studioso sarebbero
soprattutto l'esistenza di un porto naturale ed il rinvenimento
di ruderi, edifici e tombe.
Di fronte alla fabbrica Molinari, sul mare, sono visibili i resti
di una peschiera, ma, sulla terra ferma, non si rilevano tracce
di strutture in relazione ad essa.
Al km. 76, la via Aurelia, deviando, piega verso l'interno all'altezza
della località Monna
Felice ove, sempre secondo l'opinione del Bastianelli, va ubicato
il diverticolo che univa il sito di Algae con l'Aurelia stessa.
Sempre sull'Aurelia, poco prima del km. 77, in località La
Scaglia, sono visibili, in un'area recintata, alcune tombe a camera:
la necropoli è stata messa in relazione con un abitato ancora
in vita in età romana ed identificato con la Statio di Algae,
il cui nome verrebbe conservato dal toponimo Val D'Alga, Torre Valdaliga,
secondo la più certa proposta avanzata dal Mengarelli.
Di diversa opinione era invece il Bastianelli, che localizzava nella
zona di Torre D'Orlando l'antica Statio romana.
Un'antichissima villa marittima
Ritornando verso il mare e lasciando l'Aurelia prima del km. 76
per percorrere la strada che giunge alla centrale termoelettrica,
si perviene a quel tratto di costa ove si eleva la Torre Valdaliga,
fatta costruire da PaoloV nel 1616 come difesa dai pirati.
La torre, circondata da un muro, insiste sopra i resti di una villa
romana.
Bastianelli datava questa costruzione ad età tardo repubblicana
(I sec. d. C.) per la struttura dei muri e la tecnica usata per
i pavimenti.
Pertanto il complesso può considerarsi una delle più
antiche villae maritimae esistenti sul litorale di Civitavecchia.
I resti delle strutture relative a questo grande e sicuramente ricco
edificio occupano, esclusa la peschiera a mare, un'area di circa
mq. 4500. Sui versanti nord ed ovest la lenta ed implacabile corrosione
del moto ondoso ha messo in evidenza una sezione del terreno dal
quale emergono alcuni ruderi che permettono di avere un'idea dell'originaria
disposizione planimetrica ed altimetrica, nonché delle tecniche
usate nell'edificazione della villa.
Anche la peschiera per l'allevamento del pesce, scavata nella roccia
, si è conservata bene e costituisce una particolare, quasi
unica, testimonianza dell'attività degli antichi romani nel
progettare simili costruzioni, come dimostrano anche alcuni scritti
di autori antichi.
Sul lato nord è visibile una struttura relativa ad un muro
di fondazione, costituito da grosse pietre calcaree. Sopra la fondazione
ci sono due muri ortogonali con paramento in opus reticolatum, mentre
il pavimento è in opus signinum. Ancora di seguito sono visibili
i resti di un vano che mostra di aver subito alcuni
adattamenti in epoca successiva, tra i quali interessanti sono due
cunicoli fognanti che facevano defluire i liquami in mare; un vano
adiacente a questo presenta tracce di pavimento in mosaico con tessere
bianche e nere.
Sul lato ovest, verso il mare, di fronte alla peschiera, sono nettamente
visibili i resti di una terrazza formata da grandi lastroni rettangolari
di scaglia disposti a secco direttamente sul banco di roccia, già
livellato per accogliere la struttura sovrastante.
Probabilmente questa terrazza deve avere avuto due fasi di costruzione
distinte nel tempo, come dimostra anche il rinvenimento, nel piano
di calpestio, di due sovrapposte pavimentazioni.
Di particolare interesse risulta la peschiera, senza dubbio uno
degli esempi più grandiosi tra questo genere di costruzioni
ricavate nella roccia: l'attuazione di una peschiera nel banco roccioso
risultava, difatti, assai difficile; occorreva che la natura geologica
dello scoglio fosse compatta ma anche facilmente scavabile.
Attualmente la peschiera si presenta per buona parte insabbiata
e sommersa dal mare, preceduta da un largo ed alto gradino costruito
con lastre di scaglia. Il corpo centrale è formato da una
grande vasca rettangolare (m.19Xm.39) scavata nella roccia con pareti
rivestite in muratura e divisa in più settori da mura trasversali.
Sul lato settentrionale, anch'esso distinto in una successione di
vani di raccolta dell'acqua, era una serie di volte che sorreggeva
no la veranda e la terrazza del nucleo residenziale.
Una serie di canali di alimentazione, alle imboccature dei quali
c'erano chiusure a saracinesca in lastre sottili di scaglia, consentivano
la circolazione continua dell'acqua ricca di ossigeno e microrganismi,
mentre impedivano la fuga dei pesci più grandi. La disposizione
di tali canali era, inoltre, legata alla direzione dei venti: quelli
a sud accoglievano le onde alzate dallo scirocco, mentre gli altri
a sud ovest erano alimentati dal moto ondoso creato dal libeccio;
infine il grosso canale orientato a nord ovest veniva irrigato da
violenti flutti sollevati dal maestrale.
Tutto il complesso era, dunque, organizzato in maniera tale da permettere,
su tutti e quattro i lati, la continua circolazione dell'acqua,
eliminando così i problemi di ristagno e della conseguente
moria dei pesci ivi allevati, pesci tra i quali numerosi erano labri
, tordi ed occhiate.
Sul lato terra, dove insistono alcune strutture della villa, sono
state raccolte notevoli quantità di frammenti di intonaco
con tracce di decorazioni a motivi floreali, di stucco e di materiale
ceramico che consentono una datazione del complesso sino a tutto
il I sec. d.C.
Duecento metri oltre la Torre Valdaliga, sempre in direzione nord,
sono visibili lungo la fascia costiera, in prossimità di
due prefabbricati, numerosi frammenti ceramici sparsi sul terreno,
mentre poco oltre nell'area antistante il mare vi sono alcuni resti
di un pavimento in opus signinum, riferibili ad alcune strutture
allineate lungo il litorale, parzialmente ricoperte da alghe secche
e detriti, del I sec.d.C.
Sicuramente queste sparse presenze non vanno considerate isolate
ed esterne al complesso di Torre Valdaliga, ma devono essere viste
come collegate alle strutture della ricca villa repubblicana.
A Nord della strada asfaltata proveniente dal ponte ferroviario,
lungo una vasta estensione di terreno pianeggiante attraversata
da un torrente, denominata "La Frasca", sono evidenti
alcuni resti romani, che erano stati attribuiti ad una villa .
Emergono infatti, per circa un metro di altezza dalla superficie
del terreno, alcuni muri costruiti in opus listatum.
Sono presenti anche piccolo tessere di mosaico bianche e grigie,
frammenti di statuette in bronzo, frammenti di ceramica, tegole,
grossi chiodi di bronzo e parecchie monete del III sec. a.C. - I
sec. a.C. con alcuni esemplari più tardi sino al III sec.
d.C. Dalla quantità e dalla natura degli oggetti trovati
in questo sito si pensa che il territorio Civitavecchiese sia stato
interessato da traffici prima limitati solo al mediterraneo occidentale,
poi nel III e IV sec. d.C., estesi anche ai rapporti con l'oriente.
Si tratta dunque di un agglomerato urbano con funzione anche di
porto: nella banchina rocciosa , infatti , sotto la superficie dell'acqua,
è presente un ampio canale che consentiva alle barche di
raggiungere la terra comodamente.
Le immersioni dei subacquei hanno per giunta permesso di riconoscere,
distese sul fondo marino, diverse anfore e frammenti ceramici accanto
a tracce di un relitto.
Necropoli Etrusca del Marangone
A sud di Civitavecchia, nelle vicinanze del torrente Marangone,
prosperava un altro centro etrusco, di maggior importanza rispetto
a quello della Scaglia. L'abitato occupava la sommità di
un colle, che nel nome odierno di "Castellina" ricorda
l'antico castellum o pagus degli Etruschi.
La località isolata, abbellita da secolari alberi di olivo,
è quanto mai suggestiva. Tra la vegetazione appaiono, di
tratto in tratto, i resti delle robuste mura che recingevano, per
una lunghezza complessiva di 700 metri, tutto il colle.
Sono ancora riconoscibili le due strade antiche, una a levante e
l'altra a ponente, che conducevano all'antica città e che
servono tuttora per accedere alla sommità del colle.
La necropoli si estende da tutti i lati; le tombe, disposte a gruppi,
occupano una grande superficie di circa 200 ettari.
La struttura dei sepolcri differisce da quella della Scaglia: qui,
infatti, predominano i tumuli aventi generalmente al centro la camera
funeraria; le camere, ora in gran parte distrutte, erano generalmente
collocate a poca profondità dal livello del terreno, formate
di grandi lastroni mirabilmente connessi, e che riproducevano nella
struttura le consuete tombe con la copertura a tetto; con l'ingresso
chiuso da spesse lastre di pietra e con il dromos per accedervi.
Intorno, disposte circolarmente, vi erano altre lastre di pietra
che limitavano il tumulo, costituendone il basamento; il tutto era
ricoperto da molto terreno, apportatovi artificialmente, dando a
questi monumenti l'aspetto di piccole colline.
Il diametro dei tumuli oscilla dagli 8 ai 10 metri, ma ve ne sono
anche di grandi dimensioni, come quello presso il cavalcavia ferroviario,
che misura ben 45 metri.
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