Nell'antico porto di Tarquinia, in due distinti siti, distanti circa
duecento metri l'uno dall'altro, sono presenti numerosi frammenti
di dolia insieme ai relitti delle navi che li trasportavano. Il sito
più vicino al molo Clementino, che chiameremo sito "A",
si trova a venti metri dalla spiaggia ed a circa sei metri di profondità.
I reperti, appaiono frammentati. In grande quantità si evidenziano
i resti degli orli, dei fondi delle olle, delle grandi pance. Nell'interno
di tutti i frammenti è spalmato uno strato di pece che indica,
come avviene per le anfore, che tali contenitori erano usati, almeno
in questo caso, per il trasporto del vino. Sia sul fondo che al loro
posto, nelle olle, sono numerose le grappe di piombo utilizzate per
riparare le fratture dovute a difetti di cottura della ceramica spessa
fino a sette centimetri. Da questo sito provengono due bolli apposti
ai frammenti, della famiglia "Pirani" che, all'epoca, gestiva,
tra gli altri, il monopolio della produzione di dolia. I bolli, in
planta pedis, sono: "PHILOMUSUS / PI_ RANI / S / FE " e
"CERDO / PIRANI / S / F" (figure 1 e 2). Oltre a quelli
dei dolia, sono stati rinvenuti alcuni resti di doliola, utilizzati
per meglio sfruttare lo spazio disponibile a bordo, e due frammenti
di terra sigillata chiara. Al medesimo sito appartengono i reperti
metallici, chiodi in bronzo, alcuni anelli di ottone, una bronzina
ed una leva in rame facenti parte di un meccanismo di pompaggio dell'acqua
di sentina. In questo punto deve essere naufragata, battendo nel basso
fondale, la nave che trasportava i dolia. Essa si è spaccata,
scaricando parte del carico, per affondare poi circa trenta metri
più a Sud-Ovest, dove attualmente riposa. Che quello succitato
sia il punto del primo impatto, è ulteriormente confermato
da alcuni ritrovamenti, le lamine di piombo, usate per proteggere
la carena, che appaiono molto contorte per
l'urto sul fondale e una parte lignea dell'armamento della nave, conservata
nella sabbia.
La scia dei frammenti di dolia si orienta da NE a SO fino al primo
troncone del relitto della nave. Questo, completamente privo del carico,
è visibile per circa cinque metri di lunghezza, mentre, nel
senso della larghezza, la nave è visibile per due metri. Proseguendo
in direzione Sud-Ovest, un'altra aggregazione di frammenti di dolia
e di anfore. Tra i primi spiccano i resti di un doliolum di forma
cilindrica che mostra, nei pressi del bordo, la misura ( in cullei)
della sua capacità. Il graffito SIII ( fig. 4) indica la capacità
di circa 1834 litri (essendo un culleus pari a circa 524 litri ed
indicando S la metà di tale quantità). Inoltre sono
stati qui rinvenuti un altro bollo, SOTERIC / F, ed il frammento di
un tappo do dolium provvisto di manico. La parte principale della
nave si adagia per ancora alcuni metri verso S-O. Il secondo sito,
che chiameremo "B" è ubicato a circa duecento metri
a Nord-Ovest del sito "A" ed a ottanta - cento metri dalla
spiaggia ad una profondità di tre metri. Anche qui sono numerosi
i frammenti di Dolia, alcuni di notevoli dimensioni, tutti, però,
aggrediti dalle concrezioni che non
permettono il rilievo di eventuali bolli impressi nella ceramica.
Come nel precedente sito sono presenti molte grappe in piombo ed alcuni
chiodi in bronzo. Di particolare interesse, il recupero di un tubo
di piombo lungo trentuno cm. dalla forma a goccia, saldato per tutta
la lunghezza nella pare superiore e dalle estremità di diverso
diametro. Il tubo doveva far parte del sistema di scarico delle acque
di sentina, aspirate dal basso tramite una pompa a pistoni o sollevate
da una noria per essere poi scaricate in mare per mezzo di simili
ombrinali. Il relitto della nave si trova verso la spiaggia ed è
quasi costantemente insabbiato. Ad esso si arriva seguendo i frammenti
delle olle che formano una scia fino a pochi metri dal relitto. Soltanto
un occasionale gioco di correnti ne consente l'osservazione privo
della coltre di Sabbia , e solo per poche ore. Esso mostra, per una
lunghezza di dodici metri circa, il classico sistema di ordinate molto
serrate, il fasciame esterno ed interno ben conservato, ma nessun
resto del carico. Negli immediati pressi dei frammenti di dolia di
questa nave, vennero recuperate, negli anni sessanta, ad opera di
clandestini, alcune anfore di forma Dressel Due ed una di forma Haltern
70 . Dallo stesso sito provengono anche alcune tazze di forma emisferica,
a impasto fine, rinvenute impilate. Infine ,presso il relitto, è
stata rinvenuta una macina in pietra lavica completa delle parti superiore
ed inferiore. Le anfore di tipologia Dressel
Due sembrano essere di produzione campana e su diverse di esse erano
presenti "tituli picti".(fig.5 e 6). Dalla Haltern 70 ancora
chiusa da un tappo di malta era uscito in antico da una frattura nell'orlo,
il contenuto. Si tratta di pece forse utilizzata dall'equipaggio per
lavori di manutenzione della nave. Di produzione campana è
con ogni probabilità anche la macina, visto che Pompei era
rinomata per la qualità delle sue, ottenute dalla lava del
Vesuvio. I materiali appartenenti al sito suggeriscono l'ipotesi che
la nave carica di una partita di vino campano, abbia fatto naufragio
seguendo la rotta comune a questo tipo di traffico come, d'altra parte,
i relitti di navi-cisterna di Ladispoli e Diano Marina.
DATAZIONI : I reperti, appartenenti ad entrambi i siti, possono
essere attribuiti al 1° sec. d.C. IPOTESI
SUI NAUFRAGI : Le due navi sembrano aver naufragato in modo del
tutto simile; entrambe potrebbero aver urtato il fondo lacerando
ampie porzioni del rivestimento in piombo delle carene, elementi
lignei e dell'armamento, oltre alla parte più consistente
del carico. In particolare, la nave del sito "B" ha seminato
il suo carico per circa cento metri, con un andamento Sud-Ovest
/ Nord-Est dal supposto punto d'impatto. In questo caso, il Maestrale,
di grande intensità (fenomeno non raro nella zona), potrebbe
essere stato la causa del disastro. Da notare come entrambe le navi
si siano spaccate in più parti perdendo il carico durante
l'affondamento. Si ripropongono in questo caso, tutti i dubbi sulla
robustezza delle navi armate con dolia, gravate proprio nel punto
meno resistente alla compressione, il centro, dell'enorme peso di
quei grandi contenitori.
Il relitto della nave del sito "A"
Nel descrivere il relitto della nave del sito "A" occorre
distinguere tre punti diversi e distanti tra loro circa cinquanta
metri. Nel primo sito sembra che la nave abbia urtato il fondale,
numerosi chiodi sono ciò che resta delle strutture lignee
distrutte dall'azione dei parassiti e delle correnti. Anche del
rivestimento di piombo sono stati rinvenuti molti resti, lamine
in piombo con ancora al loro posto le teste dei chiodi strappati
nell'urto. Dal medesimo sito provengono anche alcuni anelli di ottone
che possiamo ritenere facessero parte dell'armamento della vela
oltre ad un elemento cilindrico in rame, forse la bronzina di un
meccanismo. Dallo stesso meccanismo deve provenire un pezzo di forma
simile ad una biella, che si può ipotizzare funzionasse da
collegamento tra due parti in movimento. Ma ciò che conferma
come questo sia il punto di impatto della nave sul fondo è
un elemento ligneo fortunatamente conservato da uno strato di sabbia
e fango. Per analogia di forma e di funzione con quello rinvenuto
durante lo scavo delle navi di Fiumicino, è possibile ritenere
che si tratti di una parte del pennone della nave. Tale reperto,
è stato messo in luce da una forte corrente di scirocco che
lo ha spazzato dall'estremità sinistra, che misura 12 cm.,
a quella destra di 8 cm.. Esso mostra verso sinistra tre coppie
di fori che servivano per il passaggio delle cime utilizzate per
issare o ammainare il pennone
e quindi la vela e per fissare quest'ultima ad esso (fig.9). L'estremità
destra è invece fortemente rastremata forse per permettere
l'inserimento di una manovra corrente al fine di meglio governare
il pennone. Ad alcuni centimetri da questo reperto c'era un anello
di piombo. Questa presenza sembra favorire la tesi di che asserisce
che questi anelli, sempre numerosi nei luoghi di naufragio, avessero
il compito di facilitare le manovre delle vele. Nel secondo sito
è presente un primo troncone della nave che evidentemente,
affondando, si spezzò in più parti. Lungo circa cinque
metri e largo due, esso mostra tutte le caratteristiche costruttive
di una nave oneraria romana. In particolare sul lato rivolto verso
Est ha una Di quelle calotte di bronzo che meglio vengono Descritte
in appresso. Nel terzo sito, distante dal secondo circa venti metri,
si trova il relitto vero e proprio. L'affondamento completo di questa
ultima e più grande parte della nave avvenne dopo che il
mare e le correnti ebbero fatto compiere ad essa un quarto di giro.
L'ipotesi trova un suo riscontro nella
posizione reciproca delle due parti dell'imbarcazione. Infatti mentre
il primo resto è adagiato sul fondo con andamento Nord-Sud,
il secondo è orientato verso Nord-Est / Sud-Ovest. Quest'ultimo,
completamente privo del carico, è visibile per circa quindici
metri di lunghezza e due metri di larghezza. In esso si può
osservare quella che era la tipica architettura navale romana: serrato
sistema di ordinate, fasciame a paro collegato con tenoni e mortase,
ordinate e fasciame uniti sia con chiodi di bronzo sia con lunghi
cavicchi di legno attorno ai quali era posto un rivestimento impermeabilizzante.
Alle estremità di alcuni madieri vi sono degli incastri sui
quali, con ogni probabilità, venivano calettati gli staminali
che offrivano così all'opera morta dell'imbarcazione una
certa resistenza trasversale. Le ordinate, intervallate ogni circa
venti centimetri, hanno dimensioni variabili tra i sette e i quattordici
centimetri. Il fasciame dell'opera viva con il suo spessore di sette
cm. e con una fittissima serie di incastri a tenoni e mortase, lascia
intuire quale fosse la fondamentale funzione portante di questo
elemento nella struttura di una oneraria
di quell'epoca. Su un frammento di esso, recuperato nei pressi della
nave dopo che una mareggiata l'aveva strappato dal relitto, si possono
osservare i vari particolari strutturali e un calafataggio interno
alla tavola realizzato con della pece. Su tre delle ordinate sono
state individuate delle calotte di bronzo, che, tramite un lungo
perno, andavano a rinforzare il collegamento con il fasciame. Su
una di esse il lavorio del mare ha distrutto il legno intorno al
perno permettendo di osservarne in sezione la particolare soluzione
tecnica. Il perno, dopo aver attraversato, collegandoli, il corso
del fasciame con l'ordinata, termina con un'estremità di
forma rigonfia. La calotta nella quale il perno va ad inserirsi,
ha nel suo interno una losanga di forma trapezoidale con un foro
nel centro, ove andava inserita
e poi ribattuta la parte estrema del perno. Si tratta di accorgimenti
per irrigidire la tenuta delle strutture della nave nei punti di
maggior sollecitazione. Gli interventi fatti con questo tipo di
meccanismo sono quattro. Tre rinvenuti sulla parte più grande
del relitto, dal lato Sud, e uno sul troncone più piccolo
nel lato Est. (fig.10) La nave doveva essere di notevoli dimensioni.
La lunghezza totale dei due tronconi è di ventitré
metri, cui debbono essere aggiunte le parti mancanti della prua
e della poppa . I madieri più lunghi misurano due metri.
Considerando che gli staminali salgono allargando l'opera morta,
possiamo supporre che la nave avesse un baglio massimo di sei metri.
Si può quindi ragionevolmente ritenere che la nave fosse
lunga intorno ai ventiquattro metri, per sei di larghezza. Risulterebbe
così uno scafo leggermente più lungo e stretto rispetto
alle misure delle navi onerarie medie. Con un rapporto tra lunghezza
e larghezza di 4:1 leggermente diverso dal canonico 3:1 di antica
tradizione romana (e fenicia). Un'imbarcazione quindi più
filante, veloce, ma meno adatta per sostenere nel
punto più delicato il gravoso peso dei dolia. Gli interventi
di rinforzo si possono allora giustificare come il tentativo di
adattare una nave nata per altri scopi, e forse già anziana,
al duro lavoro di trasporto delle grandi olle. Anche la repentina
fine di tale tipo di traffico durato, al di là di alcune
eccezioni, non più di sessant'anni, può essere messo
in relazione con problemi di assetto e di resistenza delle navi
cisterna delle navi - cisterna più che con mutate condizioni
economico - politiche.
Gravisca
L'area sommersa dell'antico porto di Gravisca, attualmente coincidente
con il lido di Tarquinia è, quantunque penalizzata da prevalenti
condizioni di scarsa visibilità, quanto di più interessante
possa esistere da un punto di vista archeologico subacqueo. Relitti
di antiche navi, parti del loro carico, del loro armamento e resti
relativi alla vita quotidiana dei marinai meritano una adeguata
valorizzazione e conservazione di questa ampia ed importante zona.
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